giovedì 5 dicembre 2019

Il nostro silenzio sulla piaga del terrorismo in Xinjiang

estratto dal Blog di Beppe Grillo del 13 Settembre 2019, (link diretto)

di Fabio Massimo Parenti – Migliaia di attacchi terroristici di matrice jihadista, centinaia di uomini, donne e bambini uccisi barbaramente. Non stiamo parlando della drammatica esperienza europea degli ultimi anni. No, parliamo dello Xinjiang, Cina, ovvero della regione autonoma nord-occidentale della repubblica popolare. Non è stata l’unica del paese ad essere colpita, ma sicuramente è stata quella maggiormente devastata da terrorismo, fanatismo ed estremismo, i “tre demoni” come li chiamano in Cina. Se ci mettessimo a fare un confronto sui numeri ufficiali forniti dalle autorità europee e cinesi, la repubblica popolare supererebbe, benché in un arco di tempo più lungo, le analoghe tragedie europee. Mettersi a comparare per capire quale delle tragedie sia stata peggiore non sembrerebbe un esercizio utile. Tuttavia, detto esercizio forse sarebbe sensato alla luce del nostro silenzio sulle vicende cinesi o, se si preferisce, dell’assenza di empatia in Occidente. Al di là della triste comparazione tra numero di assassinii e di perdita di vite innocenti, un dato è certo: i media occidentali, ancora i più influenti al livello internazionale, con in testa BBC e CNN, non solo non hanno raccontato con analoga intensità e coinvolgimento le migliaia di attentati in Cina, ma hanno a volte taciuto su quei fatti, insieme ai nostri governanti, sollevando, al contrario, fiumi di illazioni e falsità sulle risposte cinesi, le contromisure adottate e le attività di controterrorismo. Le tragedie cinesi non hanno suscitato l’ira dei difensori dei diritti umani, anzi sono state spesso strumentalizzate per criticare Beijing. Le attività terroristiche calpestano sempre e comunque i cosiddetti “diritti umani”, che noi, ancora una volta, utilizziamo come dottrina ad orologeria, applicando continuamente un duplice standard. La libertà di mentire sembra essere strutturale alle nostre cosiddette “società aperte e democratiche”, costituendo una sorta di dispositivo di gestione delle relazioni internazionali, oppure, forse, un inevitabile pezzo del filamento di DNA della tradizione liberale.
Veniamo ora alla visita sul campo.
Dal 3 al 7 settembre sono stato in visita di studio in Xinjiang, ho avuto l’opportunità di vedere la capitale, Urumqi, e Kashgar, città multietnica situata nell’estremo occidente cinese. Lo Xinjiang è una regione autonoma musulmana, confinante con 8 paesi, la più vasta di tutta la Cina, cuore del continente eurasiatico, dotata di una ricchezza archeologica e naturalistica unica, ove molteplici etnie centroasiatiche si sono mescolate per secoli. Non è un caso che sia sempre stata lo snodo fondamentale della via della seta, antica e contemporanea.
Il viaggio, insieme a studiosi cinesi e stranieri provenienti da Europa e Asia, è stato estremamente istruttivo. Abbiamo visitato dapprima il nuovo centro espositivo di Urumqi, che ospita una mostra sistematica dei maggiori attacchi terroristici e crimini violenti avvenuti in Xinjiang dal 1990 al 2015. Video originali, fotografie, descrizioni, ordigni esplosivi e armi utilizzate per compiere i crimini. Per un terrorismo economico, ma dannatamente efferato. Una mostra unica e assolutamente scioccante, che presenta tutto ciò che solo in parte è stato raccontato dai nostri media.
Proprio nel 2009, dopo i tragici attacchi a Urumqi (197 persone uccise, 1700 ferite, centinaia di negozi, veicoli e strutture pubbliche date alle fiamme), le autorità di Beijing hanno chiesto l’accesso alle informazioni di alcuni profili Facebook utilizzati, come in altre occasioni, dai terroristi. Il social network, rifiutandosi di collaborare, è stato definitivamente bloccato nel paese. C’è da dire, inoltre, che in tante altre occasioni Facebook aveva già dato prova di inaffidabilità per la sicurezza nazionale.
Dopo questa prima visita, ci siamo diretti all’Istituto Islamico dello Xinjiang, il più grande del paese, una sorta di college per studenti musulmani, dalle superiori all’università. Questo istituto è stato ampiamente finanziato dal governo centrale che, tutt’oggi, garantisce buona parte delle risorse per il suo funzionamento, oltre a contribuire alle borse di studio per i meno abbienti. Fondato nel 1983, l’istituto conferisce lauree, offrendo anche formazione non accademica finalizzata a svolgere servizi religiosi.
Gli studenti seguono corsi di lingue, religione, legge, cultura e storia. Nel settembre 2017, il nuovo campus, 5,7 volte più grande di quello vecchio nel centro di Urumqi, è stato costruito nella parte suburbana della capitale. In altre parole, questo istituto è uno dei tanti esempi che dimostra come le attività legali, svolte nel rispetto delle leggi nazionali, vengono ampiamente sostenute, promosse e protette dai governi locali in stretta collaborazione con quello centrale.
Dopo questa interessante visita, ci siamo poi diretti a Kashgar per recarci presso l’unico centro di “istruzione e formazione professionale” della città. Per intenderci, quelli che vengono definiti “campi di concentramento” o di “rieducazione forzata” dai media nostrani e da ONG non indipendenti, accreditate presso le Nazioni unite. Etichette usate per screditare il governo cinese, presentato come repressore delle minoranze. E ciò malgrado BBC e CCN, ad esempio, siano andate a vedere sul campo che si tratta, come abbiamo constatato, di veri centri di istruzione e formazione professionale, nati a seguito dell’implementazione di nuove misure avanzate e non repressive di contro-terrorismo e de-radicalizzazione.
   
Strutture realizzate per dare una risposta alle cause socioeconomiche e soprattutto culturali dei tre demoni. Ahinoi, i media sopramenzionati si sono dilettati a sostituire le immagini dei centri professionali con quelle delle prigioni (ricordate le immagini satellitari?), che sono appunto prigioni dove sono detenute persone che hanno compiuto reati gravi. E lo hanno fatto senza parlare della terribile piaga del terrorismo nella regione, senza condividere la lotta a difesa dei diritti umani, negati alle popolazioni locali dall’estremismo e dal fondamentalismo.
A seguito di queste nuove sperimentazioni, il governo ha già conseguito dei primi risultati: da quasi tre anni, 32 mesi per l’esattezza, in Xinjiang non si sono più verificati attentati terroristici. Diplomatici, studiosi, esperti, rappresentati delle Nazioni Unite hanno potuto apprezzare, insieme al sottoscritto, questa realtà. Abbiamo parlato coi ragazzi, visitato le aule ove erano in corso delle lezioni, osservato le innumerevoli attività professionali che vengono insegnate, tra cui corsi per futuri esperti nel campo del turismo, corsi di e-commerce, business, estetista, elettrotecnica, tessitura, ecc. Un laboratorio insomma, per andare oltre la necessaria repressione delle attività illegali connesse al fenomeno terroristico.
Tutti i ragazzi presenti nella struttura hanno commesso crimini minori, legati ad attività illegali portate avanti da imam improvvisati, dediti a impartire dettami sovversivi e a spingere i ragazzi a disobbedire alle leggi, ad abbandonare la scuola e a danneggiare le strutture governative. Come rilevato dal direttore dell’Istituto di storia contemporanea serbo, Predrag Markovic, “anche in Serbia avremmo dovuto adottare queste misure, invece abbiamo messo in prigione i giovani radicalizzati, peggiorando le loro condizioni esistenziali”. Imparare il cinese, oltre alla lingua locale, ed un mestiere è l’unico modo per garantire opportunità, futuro e reale integrazione.
Rappresentanti pakistani, bangladesi, indiani, ma anche europei, tutti ferrati sui fenomeni di terrorismo di matrice jihadista, hanno apprezzato molto questa esperienza di lotta al terrorismo che può fornire elementi utili anche ad altri paesi, Europa compresa. Tutto ciò, è stato rilevato, potrà non essere sufficiente, ma questi esperimenti cinesi per sconfiggere il terrorismo, di cui è affetto tutto il mondo, vanno assolutamente condivisi per migliorare la cooperazione internazionale in questo campo. La Cina è nel bel mezzo di un processo in divenire di codificazione legale per normare al meglio misure ed azioni atte a debellare il terrorismo, per proteggere le collettività e i loro diritti, così come i vari milieu etnico-culturali.
Il viaggio si è poi arricchito di una piacevole visita alla città antica di Kashgar e di una serata al mercato centrale, dove siamo stati intrattenuti da danze e balli rappresentanti le numerose etnie che convivono nella regione.
Lo Xinjiang, come tutte le aree abitate da minoranze etniche (56 in Cina), riceve finanziamenti e sostegno dal governo centrale per sviluppare politiche ad hoc a favore dello sviluppo delle lingue e dei culti locali, nonché della protezione delle attività religiose, tutelate da leggi e politiche molto avanzate, coerentemente coi principi costituzionali.
Questa intensa esperienza si è infine conclusa con una giornata dedicata al seminario internazionale su “Controterrorismo, de-radicalizzazione e protezione dei diritti umani”, sponsorizzato dalla China Society for Human Rights Studies e altri co-organizzatori cinesi.
  
Cinquanta relazioni, tutte, o quasi, estremamente interessanti, per condividere risultati di ricerca ed esperienze sulle attività di controterrorismo nel proprio paese, da parte cinese e delle altre 17 nazioni rappresentate. Tante sono state le domande, gli scambi di esperienze e di informazioni, tra chi sembra essere concretamente ed onestamente al lavoro per rimuovere gli ostacoli collettivi ad una coesistenza pacifica. La Cina sta facendo la sua parte, sarebbe importante parlarne in maniera onesta e reciprocamente rispettosa.

venerdì 29 novembre 2019

Epatite C, in Italia 300.000 persone non sanno di averla


notizia di per sé incredibile, che assume un tono di tragicità se la si accompagna alla constatazione che quasi nessuno sa che lo Stato garantisce una pensione, se il contagio è dipeso da somministrazione di emoderivati o da causa di servizio...

MILANO  ANSACOM

In Italia si stima che, fino a gennaio 2018, siano state almeno 470.000 le persone con epatite C ancora da curare, di cui 300.000 inconsapevoli di avere l'infezione. Lo hanno sottolineato gli esperti riuniti oggi a Milano per la premiazione del concorso 'Giovani video-maker per una nuova visione: storie per vincere l'epatite C. Insieme l'eliminazione è possibile', promosso da Gilead con la Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), l'Associazione italiana studio del fegato (Aisf), Fondazione The Bridge e Federazione LiverPool.
Il numero di persone infettate dal virus dell'epatite C si stima sia l'1% della popolazione. "L'Italia è uno dei nove paesi sulla buona strada per rispettare gli obiettivi fissati dall'Organizzazione mondiale della sanità per il 2030, di ridurre del 90% i nuovi contagi e del 65% le morti legate all'epatite C", rileva Massimo Andreoni, direttore scientifico della Simit. "Ma c'è ancora un grande sommerso - continua - L'Istituto superiore di sanità ha stimato, fino a gennaio 2018, che fossero 470.000 le persone non trattate, di cui 300.000 non sapevano di essere infette. Cifra che scende a 390.000 non trattati, se togliamo gli 80.000 curati tra il 2018 e ottobre 2019". Il problema principale, secondo Matteoni, è dunque trovare le persone positive al virus che non hanno fatto ancora il test. "Convincere qualcuno a farlo non è semplice perché l'epatite C è una malattia subdola, che rimane silente per molti anni - continua - e quindi molte persone si sentono bene e non pensano a farsi l'esame". Ancora più complicato è convincere a farsi il test chi è in una situazione di fragilità. "Le fasce più a rischio, oltre ai detenuti e tossicodipendenti, sono gli anziani - conclude - perché fino agli anni '60 i medici usavano le siringhe di vetro e non quelle usa e getta. Difatti in Italia la prevalenza di over 65 con epatite C è particolarmente alta". (link diretto alla fonte)

venerdì 15 novembre 2019

Risarcimenti ai danneggiati da vaccino, ora lo Stato pagherà di più (di Giorgia Locati)


dal Blog Il Giornale.it del 14 Novembre 2019

Se c’è ritardo – nel pagare un risarcimento – c’è anche danno morale. D’ora in poi funzionerà così per lo Stato e per gli altri enti pubblici. Lo ha stabilito una sentenza emessa dal Consiglio di Stato (la numero 7646/2019), lo scorso 8 novembre.
Così, il ministero della Salute è stato condannato a risarcire il danno morale a una famiglia che nel 2009 perse la figlia a seguito di un’encefalite provocata da una vaccinazione e che non ha mai visto un euro dell’indennizzo stabilito dal Tar nel 2007. Un ritardo di 12 anni da parte del Ministero che ora viene “quantificato”.... (segue)

martedì 29 ottobre 2019

Dietro le quinte...




Backstage di una nuova splendida puntata di Diritto alla Salute, andata in onda ieri a Linea Diretta, su Tvr Teleitalia 7 Gold.
Il nuovo studio è bellissimo!
Grazie ad Elisangelica Ceccarelli per la sua ospitalità e (decennale) amicizia :)