martedì 26 aprile 2016

Corruzione nella Sanità, una ASL su tre coinvolte...

(TRATTO DA IL FATTO QUOTIDIANO DEL 6 APRILE 2016, A FIRMA DI ELENA CICCARELLO)

Liste d’attesa che diventano infinite, fino a 13 mesi per una risonanza magnetica, servizi e prestazioni sempre meno raggiungibili e cittadini (il 9,5 per cento nel 2013 secondo l’Istat) che rinunciano a curarsi o sono costretti a rivolgersi al privato. Il sistema sanitario perde pezzi e in questo contesto la corruzione diventa ancora più odiosa, una voragine che erode ulteriormente fondi per strutture, farmaci e assistenza già colpiti da severe cure dimagranti.
Secondo il rapporto Curiamo la corruzione, realizzato da Transparency Italia, Censis, Ispe-Sanità e Rissc, un’azienda sanitaria su tre negli ultimi cinque anni ha registrato al proprio interno fenomeni di tangenti. Quasi l’ottanta per cento dei dirigenti sanitari ritiene che nella propria struttura il rischio sia concreto, soprattutto nel settore degli appalti e delle assunzioni del personale. Nell’ultimo anno la Guardia di Finanza ha accertato frodi nel settore sanitario e della previdenza per più di 300 milioni di euro, mentre la Corte dei Conti ha segnalato che le sentenze di condanna in primo grado del 2015, da sole, hanno raggiunto la cifra di circa 87,7 milioni di euro di danno all’erario.
In questa morsa di tagli, sprechi e corruzione nessuno è risparmiato, né anziani e bambini, né categorie particolari come i malati oncologici, che oggi sempre di più fanno fatica ad accedere a medicinali o trattamenti di radio e chemioterapia. “L’aspetto più drammatico è che i costi della corruzione nel sistema sanitario talvolta si traducono in vite umane” spiega Alberto Vannucci, professore di Scienza politica a Pisa e tra i massimi esperti di corruzione in Italia. “E’ infatti stata dimostrata una forte correlazione tra il tasso di mortalità infantile e la diffusione del malaffare. Il rapporto tra tangenti e morti infantili è evidente, visto che la corruzione redistribuisce nelle tasche di corrotti e corruttori quote dei fondi che altrimenti sarebbero destinate a finanziare programmi di cura, assistenza e prevenzione delle malattie”.
Non tutto ciò che non funziona nella sanità pubblica è conseguenza delle mazzette ma “nessuno può dubitare del fatto che i fenomeni distorsivi possono avere un’incidenza rilevantissima sui costi della sanità” ha detto il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone durante la sua audizione alla commissione Igiene e Sanità del Senato lo scorso 3 marzo. Cosa si sarebbe potuto fare con il milione e mezzo di euro speso dai funzionari dell’Asl di Foggia che hanno comprato più di 900 flaconi di disinfettante per sala operatoria (a fronte dei 90 realmente necessari) al prezzo di quasi duemila euro a flacone (a fronte del prezzo di mercato di 60 euro)? Oppure con il milione e mezzo di euro che alcuni medici di Caserta hanno speso in prestazioni assistenziali per pazienti morti o emigrati all’estero? O con i 25 milioni e mezzo di euro che quattro alti dirigenti dell’Asl 10 di Firenze hanno ottenuto come rimborso non dovuto per una serie di interventi eseguiti come libero-professionistii? Questi esempi, citati nell’ultima relazione della Corte dei Conti, non sono che la punta dell’iceberg.
Ogni euro finito nelle tasche sbagliate è un euro in meno dedicato alla cura dei pazienti, talvolta costretti persino a pagare mazzette per vedere riconosciuti i propri diritti. Nel 2012 il quattro per cento degli italiani, intervistato per il sondaggio Eurobarometro di Transparency international, ha dichiarato di aver pagato una tangente per accedere al servizio sanitario. Sono gli stessi dirigenti ad ammetterlo. “Nel 37 per cento delle aziende sanitarie italiane si sono verificati episodi di corruzione negli ultimi cinque anni e in circa un terzo dei casi non sono stati affrontati in maniera adeguata” è scritto nel rapporto Curiamo la corruzione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: “Il Sistema sanitario nazionale è sempre meno accessibile” denuncia l’associazione Cittadinanzattiva che dal 1980 gestisce su scala nazionale il Tribunale per i diritti del malato. Delle più di 26mila segnalazioni raccolte dall’associazione nel 2015 quasi il 60 per cento riguardano le liste d’attesa. “Questi problemi non stanno risparmiando nessuno” spiega Sabrina Nardi, vicecoordinatrice nazionale del Tribunale per i diritti del malato “neppure i malati oncologici che sempre più spesso ci segnalano difficoltà di accesso agli esami diagnostici, agli interventi chirurgici e alle visite specialistiche. Aumentano le segnalazioni anche per gli accessi alla radio o alla chemioterapia”. Gli ospedali chiudono o sono sovraccarichi, i tempi di attesa al Pronto soccorso si allungano così come diventano sempre più difficili i ricoveri per la riduzione si servizi e personale. Ricevere una visita domiciliare è diventata un miraggio. E tutto ciò spinge i cittadini nelle braccia delle strutture private o dell’intramoenia.

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