giovedì 25 aprile 2013

"De Hominis Dignitate": appunti per un nuovo umanesimo


Giovanni Pico della Mirandola, indubbiamente uno degli ingegni più vivaci dell' Accademia platonica,  dotato di una cultura immensa e disordinata e di una memoria divenuta proverbiale, riecheggia nell' orazione "de hominis dignitate" gli argomenti già in parte trattati dall' umanista Giannozzo Manetti, tuttavia con quella consapevolezza di natura teoretica che difettava nello scrittore precedente. 
Pico esalta l' uomo per una delle sue caratteristiche specifiche, il libero arbitrio, la libertà di innalzarsi sino a Dio oppure discendere sino ai bruti. 
Tale libertà gli è assicurata dal fatto che il Creatore provvide all' uomo sul finire dell' opera creativa, e lo pose perciò nel "centro indistinto" dell' universo, unico essere a cui fosse concesse di determinare da se stesso il proprio destino. 
Pare opportuno osservare che osservazioni come quelle dell' Oratio de hominis dignitate, sebbene ispirate ad una religiosità piuttosto astratta e generica, tale che permette la citazione così della Bibbia, come del Timeo e del Corano, non potevano neppure immaginarsi senza l' esperienza cristiana. 
Certe concise e solenni affermazioni degli umanisti sono incomprensibili senza la parola nuova del Vangelo: l' esaltazione dell' uomo è troppo più alta di quello che fosse possibile ai pagani. 
Interessante è l' epiteto che Pico attribuisce a Dio, chiamandolo "architectus", che risulta molto simile a quello usato da Platone a riguardo dal Demiurgo, "che sempre geometrizza". 
L' uomo non è stato fatto nè mortale nè immortale, nè celeste nè terreno perchè lui stesso possa scegliere la forma che gli è più cara, quasi come se "libero e sovrano artefice" del suo destino. 
Non sarebbe stato degno di Dio all'ultimo del generare, quasi per esaurimento venir meno: e così egli diede il meglio di sè creando l' uomo, decidendo che a lui non poteva essere dato nulla di proprio e che quindi gli fosse comune tutto ciò che alle singole creature era stato dato di particolare.

Eccovi il testo di questa celebre orazione : 

"Già il sommo Padre, già l'architetto divino aveva costruito, con le leggi della sua arcana sapienza, questa dimora terrena, questo tempio augustissimo della divinità, che è il nostro mondo. Già aveva posto gli spiriti ad ornamento della regione superna; già aveva seminato di anime immortali i globi eterei e riempito di ogni genere di animali le impure e lercie parti del mondo inferiore. Ma compiuta la sua opera, l'artefice divino vide che mancava qualcuno che considerasse il significato di così tanto lavoro, ne amasse la bellezza, ne ammirasse la grandezza. Avendo, quindi, terminata la sua opera, pensò da ultimo - come attestano Mosè e Timeo- di produrre l'uomo. [...] Ormai tutto era pieno, tutto era stato occupato negli ordini più alti, nei medii e negl'infimi. [...] Stabilì, dunque, il sommo Artefice, dato che non poteva dargli nulla in proprio, che avesse in comune ciò che era stato dato in particolare ai singoli. Prese pertanto l'uomo, fattura priva di un'immagine precisa e, postolo in mezzo al mondo, così parlò «Adamo, non ti diedi una stabile dimora, nι un'immagine propria, nι alcuna peculiare prerogativa, perchè tu devi avere e possedere secondo il tuo voto e la tua volontà quella dimora, quell'immagine, quella prerogativa che avrai scelto da te stesso. Una volta definita la natura alle restanti cose, sarà pure contenuta entro prescritte leggi. Ma tu senz'essere costretto da nessuna limitazione, potrai determinarla da te medesimo, secondo quell'arbitrio che ho posto nelle tue mani. Ti ho collocato al centro del mondo perchè potessi così contemplare più comodamente tutto quanto è nel mondo. Non ti ho fatto del tutto nè celeste nè terreno, nè mortale, nè immortale perchè tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, conforme a quel modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature superne, alle divine.» O somma liberalità di Dio Padre, somma e ammirabile felicità dell'uomo! Al quale è dato di poter avere ciò che desidera, ed essere ciò che vuole. I bruti nascendo, assorbono dal seno materno ciò che possederanno. Gli spiriti superiori furono invece, sin dall'origine, o poco di poi, ciò che saranno eternamente. Il Padre infuse all'uomo, sin dalla nascita, ogni specie di semi e ogni germe di vita. Quali di questi saranno da lui coltivati cresceranno e daranno i loro frutti: se i vegetali, sarà come pianta, se i sensuali, diventerà simile a un bruto, se i razionali, da animale si trasformerà in celeste; se gl'intellettuali, diverrà angelo e figlio di Dio. E se di nessuna creatura rimarrà pago, rientrerà nel centro della sua unità, e lo spirito, fatto uno con Dio, verrà assunto nell'umbratile solitudine del Padre che s'aderge sempre al di sopra di ogni cosa. Chi ammira questo nostro camaleonte, o, anzi chi altri può ammirare di più?"

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